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Lo studiolo di Piero di Cosimo dei Medici

Lo studiolo di Piero de’ Medici: per un nuovo studio e la prima ricostruzione digitale

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Il perduto studiolo: un nuovo studio

Dr.ssa Mariapaola Dominici

L’ubicazione: Palazzo Medici in  via Larga, Firenze

Il palazzo Medici è ritenuto tra i primi palazzi rinascimentali: edificato tra il 1444 e il 1462 da Michelozzo, architetto e amico di Cosimo il Vecchio, divenne col tempo un modello per successivi edifici dentro e fuori Firenze. Costruito lungo l’antica via Larga e comprensivo di parte delle antiche proprietà della famiglia, l’edificio primigenio aveva una forma quasi cubica, diviso in sezioni speculari. Le attività lavorative si svolgevano al pianterreno, la famiglia viveva al piano superiore, il cosiddetto piano nobile, mentre la servitù viveva al secondo piano, ove si trovava anche la cucina. Lo studiolo si trovava nell’angolo nord-orientale della residenza, in corrispondenza della decima bifora del palazzo originario. Sfortunatamente, questo studiolo, il più famoso e celebrato del XV secolo, andò perduto a causa dell’importante restauro voluto dal nuovo proprietario, il marchese Riccardi, che aveva acquisito la proprietà nel 1659. Il governo della città obbligò i Riccardi a rispettare la facciata originaria ma niente poté essere fatto per evitare la distruzione degli interni. Anche la cappella della Santa Trinità stessa, nota come  cappella dei Magi, adiacente allo studiolo, rischiò di essere distrutta, e solo l’intervento della Granduchessa Maria Vittoria della Rovere ne evitò la distruzione, seppur alcune variazioni ne abbiano modificato l’architettura originaria.

I tondi di Luca della Robbia al Victoria & Albert

Degli oggetti d’arte che decoravano lo studiolo, gli unici superstiti sono i dodici tondi in terracotta smaltata che ne decoravano la volta; realizzati dalla bottega di Luca della Robbia, sono esposti oggi a Londra presso il museo Victoria & Albert. I preziosi dodici tondi sono un calendario solare in quanto ognuno rappresenta un mese dell’anno. Il colore predominante è l’azzurro in diverse e delicate sfumature, con al centro eleganti figurine intente nelle attività agresti proprie del mese rappresentato nel tondo. Le ore di luce, specificate con cifre romane, e le ore di oscurità sono mostrate con una linea in celeste tenue e in blu scuro che circonda ogni scena; le fasi lunari sono visibili nella parte inferiore mentre un sole, dal volto umano, è rappresentato sul lato superiore sinistro con il corrispondente segno zodiacale. Ogni tondo è circondato da residui di verde serpentino e di rosso bordeaux resti del quadrato in cui erano inseriti all’interno della volta distrutta.

L. della Robbia, I tondi dei mesi, Londra, Victoria and Albert Museum.

Il proprietario: Piero di Cosimo dei Medici

Il grande ideatore dello studiolo fu Piero di Cosimo dei Medici, figlio primogenito di Cosimo il Vecchio e di Contessina de’ Bardi, padre del più famoso Lorenzo il Magnifico. Piero ampliò le collezioni di famiglia, supervisionò personalmente gli affreschi dell’adiacente cappella e commissionò la preziosa decorazione dello studiolo. Diversamente dall’austera sobrietà paterna, Piero amava i gioielli, gli oggetti esotici, la preziosità dei tessuti e dei particolari. La sua formazione aveva radici nell’ambiente culturale della corte Estense, nel nord-est dell’Italia, nella valle del fiume Po. Discepolo dello studioso Guarino Veronese, Piero respirò la sofisticata atmosfera del Concilio di Ferrara, poi trasferito a Firenze. In effetti, l’arrivo degli studiosi da Ferrara e da Costantinopoli e gli eleganti gusti di Piero avrebbero mutato la severa austerità della città in un sofisticato ambiente dove si creavano preziosi oggetti d’arte e di artigianato. Piero era anche un amante dell’arte fiamminga con la sua esuberanza di minuti dettagli, fino ad allora praticamente sconosciuta a Firenze. Piero commissionò squisiti, minuti oggetti che andarono a decorare magnificamente le severe architetture volute dal padre, tra queste lo studiolo del piano nobile, sontuoso contenitore delle preziose collezioni di famiglia. Amava inserire nelle sue commissioni il suo simbolo personale, come segno inequivocabile della sua presenza: l’anello di diamante con le piume, ben visibile ad esempio sulla sommità del prezioso tabernacolo del Crocifisso, nella chiesa di San Miniato al Monte a Firenze, la cui cronologia, secondo Pope Hennessy, precede di alcuni anni la decorazione dello studiolo. L’architetto del sacro sacello è Michelozzo, lo stesso del palazzo di famiglia; la preziosa decorazione è opera di Luca della Robbia uno dei suoi artisti prediletti, le cui scintillanti terrecotte smaltate avrebbero decorato anche la volta dello studiolo.

Michelozzo e L. della Robbia, Cappella Crocifisso, Chiesa di San Miniato al Monte, Firenze.

Fonti documentarie: descrizioni, immagini, altri studioli

Tradizionalmente, lo studiolo è un’area isolata, in disparte e lontana dalle faccende della vita quotidiana: il luogo più intimo della dimora dove il proprietario e pochi altri hanno accesso. Un accogliente, intimo covo dove le parole evocano le persone amate, come l’adorata Laura petrarchesca; il luogo ove Machiavelli intrattiene un dialogo con gli antichi padri; similmente, nel suo studiolo Piero prendeva distanza dalle preoccupazioni e dalle difficoltà della sua vita quotidiana e trovava sollievo dal dolore fisico procuratogli dalla gotta, motivo del soprannome con il quale è solitamente conosciuto come Piero il Gottoso. Anche nel palazzo mediceo, lo studiolo si trovava alla fine della sequenza di stanze tipica del palazzo rinascimentale, dove le ultime due, le stanze di Piero, precedevano il suo spazio più isolato al quale egli aveva il suo accesso privato dai suoi appartamenti, come leggiamo nelle parole di Filarete che dedica la seconda edizione del suo Trattato di Architettura a Piero, una delle poche fonti per questo studio, unitamente a due lettere e a un lungo componimento in versi, oltre alle diverse evidenze archivistiche, inclusi gli inventari della famiglia, che ci rendono la meraviglia e lo stupore che suscitava lo studiolo e l’importanza di questo luogo per Piero. 

L’ultima descrizione dello studiolo, circa un secolo dopo, si trova nella vita di Luca Della Robbia scritta da Giorgio Vasari; molto probabilmente egli ebbe modo di vederlo ancora intatto seppur privo del suo contenuto. Il palazzo fu infatti saccheggiato nel 1494 ma si tenga in conto che nel XVI secolo le collezioni venivano ormai esposte nelle gallerie. Inoltre, la fragilità del materiale ligneo ha sicuramente contribuito al loro deterioramento. Tuttavia, gli studioli ancora esistenti, quello Urbino, di Gubbio (oggi al MET di New York), lo studiolo di Isabella d’Este ma anche quello di Hampton Court, sono oggi essenzialmente privi dei loro preziosi contenuti; di questi studioli, tutti senza eccezioni attestano la presenza di una finestra, ovvero una fonte di luce naturale.

La struttura dello studiolo: la pianta, le pareti, la finestra

Oltre alle fonti, l’unica planimetria esistente stilata quando lo studiolo ancora si trovava in situ è quella di Gherardo Silvani. Probabilmente eseguita per il futuro cambio di proprietà, risale al 1650 e si conserva all’Archivio di Stato di Firenze. Eseguita in inchiostro nero e acquarello rosa, è priva di scala e di punti di riferimento. Alcune annotazioni informano che all’epoca il palazzo era diviso in appartamenti di varie dimensioni abitati da persone in qualche modo legate ai Medici; il pianterreno era utilizzato come area di lavoro in prossimità del vicino complesso delle Cappelle Medicee, mentre il ramo granducale della famiglia viveva da tempo a  palazzo Pitti.

G. Silvani, Planimetria del piano nobile di palazzo Medici, Firenze, ASF, MAP, Guardaroba 201. In giallo è segnato il luogo dove si ipotizza si trovasse lo studiolo.

Osservando la pianta del Gherardi, abbiamo notato che la superficie pertinente allo studiolo è divisa da una sottile linea rosa. Essa non ha l’aspetto di un muro portante, sembra invece essere un tramezzo, piuttosto un divisorio, una parete posticcia costruita non si sa quando, molto probabilmente al fine di dividere l’intero volume in due sezioni per qualche ragione pratica. Fondamentale per la nostra ricerca è stata la possibilità di avere accesso al rilievo digitale del palazzo al fine di compararlo con la pianta del Gherardi e avere la conferma che in effetti quel sottile divisorio non era un muro portante. In vero già nel 1911 lo storico dell’arte tedesco Hans Willich traccia una piantina del palazzo e colloca in quel punto lo studiolo ignorando la sottile linea di divisione. Effettivamente, questa è anche la nostra ipotesi, fortemente sostenuta dal fatto che Michelozzo, che aveva costruito la casa di Cosimo non avrebbe escluso la luce dalla preziosa, altamente simbolica stanza, adiacente alla cappella in un muto dialogo ideale, e infine ma non di secondaria importanza, dove avrebbe diversamente potuto impostare la volta se non sull’asse delle elegante finestra rinascimentale? Nondimeno, l’idea di Willich inspiegabilmente scompare nei successivi studi che sembrano adottare l’idea della divisione dell’area in due sezioni, come si vede nella pianta del Gherardi. Così, nei disegni di Bulst che risalgono al 1970, e nei successivi studi fino a de Juliis (2025), sembra che gli studiosi abbiano accolto quest’idea, ovvero che il lato lungo dello studiolo sia parallelo all’antica via Larga, così escludendo la sorgente di luce naturale.

Il passo successivo è stato la definizione del volume dello studiolo grazie al prezioso aiuto dell’architetto Lorenzo del Mastio. L’unica misura inconfutabile di cui siamo in possesso è la distanza della spalletta tra il lato sinistro della finestra e la parete che definiva il lato nord del palazzo originario, e tale doveva essere la distanza tra la spalletta destra della bifora e la parete che delimitava lo studiolo dalla camera di Piero. Del Mastio tracciò allora la linea gialla che definisce la lunghezza ma anche la larghezza dello studiolo. Successivamente si passò alla definizione della volta dove si trovavano i dodici tondi, ciascuno del diametro di circa 60 cm, quindi insufficienti per coprirne l’intera superficie. I residui di verde e bordeaux visibili intorno ai tondi suggeriscono che essi dovessero essere inseriti in altre figure geometriche, sufficienti a coprire l’intera superficie della volta che dovesse trovarsi sullo stesso asse della linea di sommità dell’arcata della finestra, adagiata sulle pareti ove si trovavano gli armadi a muro.

Lorenzo Del Mastio fu finalmente in grado di costruire il volume: un vano lungo 5,63 metri, con un’ampiezza di 4,25 metri, ridotta di 80 cm per lato, ovvero della profondità di 80 cm per ogni armadio a muro, i cui interni si alternavano però in diversi volumi per gli eterogenei contenuti ivi alloggiati, con anche cassetti, piani di appoggio e sedili, così che il piano di calpestio doveva essere di 2,65 metri. La sovrastante volta ha un diametro di 2,65 metri, il perimetro è di 4,16 metri; per coprirne l’intera superficie i tondi dovevano essere inseriti in dodici elementi di forma quadrata, ognuno con il lato di 1,40 metri.

L. del Mastio, rilievo digitalizzato e ipotesi ricostruttiva dello studiolo.

Ebbe poi inizio di un paziente lavoro di ricerca e confronto. Numerose immagini di altri studioli, tra queste quello di Urbino, generalmente condiviso come eredità dello studiolo di palazzo Medici, e centinaia di immagini di opere di Luca Della Robbia e bottega, ma anche la successiva produzione di suo nipote Andrea. Tra queste il modello più prossimo è indubbiamente il prezioso tabernacolo del Crocifisso nella chiesa di San Miniato al Monte a Firenze. E immaginiamo ora la “serena baia” dove Piero trovava rifugio dalle “agitate acque della vita”, traendo piacere dall’essere distante da dolore, ansia e paure come narrato nei versi di De Rerum Natura di Tito Caro Lucrezio. Immerso nella bellezza, nella meraviglia e nella pace, Piero può pregustare la perfetta bellezza che lo attende alla fine del suo percorso sulla terra, momenti di vita sulla terra a nella natura come descritti nella volta, che conducono alla sempiterna e perfetta bellezza, eterni amore e gioia svelati nella cappella, l’adiacente sacro sacello, ab æterno et in æternum.

Lo studiolo: una ricostruzione digitale

Dr.ssa Elena Bastianini

Immaginare lo studiolo

Il professor Lorenzo Gnocchi, con cui mi sono laureata all’Università di Firenze, mi ha fatto conoscere la dottoressa Mariapaola Dominici, quando aveva appena concluso la sua ricerca filologica e storica, perché sapeva che mi occupo di ricostruzioni come storica dell’arte e 3D artist. In quel momento era stata elaborata la struttura dello studiolo, ma senza decorazione. Il mio compito mi sembrò subito estremamente interessante: una ricostruzione fotorealistica del più famoso studiolo del XV secolo, un luogo che aveva affascinato e ispirato studiosi e artisti dell’epoca, ma che purtroppo non è giunto fino a noi. Lo scambio di riferimenti visivi con Dominici è stato molto stimolante, in particolare moltissimi dipinti del XV secolo che rappresentano studioli, tra cui, per esempio, quelli di San Girolamo e di Sant’Agostino, rispettivamente affrescati da Domenico Ghirlandaio e da Sandro Botticelli nella chiesa di Ognissanti a Firenze. Un’altra fonte essenziale sono stati gli studioli rinascimentali superstiti, seppur spesso danneggiati o modificati in epoche successive, tra cui lo studiolo di Urbino, proprietà di Federico da Montefeltro, e quello di Isabella d’Este. Questi erano ispirati proprio al celebre studiolo di Piero, che ne era una sorta di matrice perduta, oggi ricostruibile proprio attraverso gli echi che ha lasciato. Una tale immersione nell’arte del tempo mi ha portato a guardare quelle immagini da una nuova prospettiva, cercando di decodificare le relazioni e proporzioni che ne costituivano l’essenza. Il mio compito era complesso: dovevo immaginare lo studiolo nella sua ricca e armonica decorazione quattrocentesca, che si componeva di tre parti principali: la volta, il pavimento e gli armadi lignei chiamati armari.

La volta in terracotta invetriata

Ho iniziato dalla ricostruzione della volta a botte ovvero la parte dello studiolo di cui ci sono pervenuti i meravigliosi tondi di Luca della Robbia. Questi erano inseriti in un’ampia superficie, come si può vedere nell’allestimento del V&A, e le parti di congiunzione che circondavano i tondi, che oggi vediamo spogli, dovevano essere riccamente cesellate di elementi decorativi. Abbiamo scelto di iscrivere i tondi in un quadrato rosso e verde perché sono rimasti frammenti di quegli stessi colori intorno ai dodici mesi. Osservando soffitti e volte coeve, in particolare quelli di Luca della Robbia e della sua bottega, abbiamo notato che ogni sezione della superficie è meravigliosamente decorata e che ogni elemento centrale è circondato da candide cornici multiple, il cui motivo predominante è floreale ed erbaceo. Una ricca ghirlanda con frutti e foglie corre poi lungo la base della volta e Dominici ha suggerito di inserire l’aquila come altro simbolo di Piero. In questo modo abbiamo ritenuto di rispettare il tema dell’uomo impegnato nelle mensili attività agricole, come rappresentato nei tondi, lavoro che con il supporto essenziale della luce produce fiori e frutti generosi.

E. Bastianini, ricostruzione della volta dello studiolo di Piero di Cosimo de’ Medici.

E. Bastianini, ricostruzione dello studiolo di Piero di Cosimo de’ Medici, veduta dall’accesso principale.

Il pavimento all’antica

Il secondo passo è stato il pavimento. Poiché Vasari lo ha descritto come simile alla volta, lo abbiamo composto come fosse una proiezione del soffitto, ovvero come cerchi inscritti in quadrati divisi da fasce. Per quanto riguarda la scelta dei colori abbiamo scelto il rosso porfido, il verde serpentino e il bianco marmoreo ispirandoci a quelli degli antichi pavimenti  così popolari a metà del XV secolo, come si vede in molti dipinti coevi e in altre commissioni medicee, tra cui l’adiacente Cappella dei Magi.

E. Bastianini, video della ricostruzione dello studiolo di Piero di Cosimo de’ Medici.

Gli armari intarsiati

Infine, la terza fase è stata la delineazione degli armadi lignei. L’intarsio quattrocentesco è particolarmente intrigante in quanto combina un’incredibile esperienza tecnica con il gusto per la prospettiva, come si vede ad esempio nella Sacrestia delle Messe nella vicina cattedrale di Santa Maria del Fiore. Riteniamo che nello studiolo dovessero trovarsi uno scrittoio, dei sedili, almeno una cassettiera, molto probabilmente in prossimità della finestra, come suggeriscono molte pitture coeve. Abbiamo immaginato sedili e panche  pieghevoli come quelli ancora esistenti nello studiolo di Federico da Montefeltro e nell’adiacente cappella dei Magi. Abbiamo decorato i pannelli lignei con tarsie prospettiche che suggeriscono i contenuti degli armari; infine, ma non elemento secondario, abbiamo apposto il sigillo alla decorazione, ovvero l’anello di diamante, il blasone di Piero, visibile su tutte le opere da lui commissionate. Abbiamo immaginato ed inserito nella ricostruzione ornamenti e opere che evocassero le collezioni di Piero, tra cui una tenda del tutto simile a quella presente nel piccolo dipinto di Van Eyck il “San Gerolamo nello studio”: un’opera che probabilmente apparteneva alle smembrata collezione di Piero.

E. Bastianini, ricostruzione VR dello studiolo di Piero di Cosimo de’ Medici.

Conclusioni

Al fine di costruire lo studiolo in 3D, abbiamo usato Blender, un programma open source. Il nostro scopo era ricreare uno spazio realistico basato sull’arte della metà del XV secolo; per il render finale abbiamo deciso di ambientare la scena con la luminosità di una giornata di sole, per far splendere il calendario solare della volta. Grazie alle ultime tecnologie, una possibile applicazione potrebbe essere un tour virtuale per sperimentare questo prezioso studiolo, un emozionante viaggio nel tempo del Rinascimento; tuttavia, la mera virtualità non può essere soddisfacente. Ecco perché stiamo costruendo un modellino in scala dello studiolo in legno e stucco, ma le possibilità sono infinite e potrebbero esservi ulteriori opzioni per far rivivere il celebrato, perduto studiolo

Fonti

Gian Galeazzo Sforza,  Lettera del 17 Aprile 1459;

Niccolò Carissimi di Parma,  Lettera del 17 April 1459;

Terze rime in lode di Cosimo de’ Medici e de’ figliuoli e dell’onoranza fatta l’anno 1459 al figliuolo del duca di Milano e al Papa nella loro venuta a Firenze, 1459.

A. Filarete, Trattato di Architettura, 1460 ca:

Bibliografia

BULST W.A., Die Urspringliche innere Aufteilung des Palazzo Medici in Florenz, «Mitteilungen des Kusthistorischen Institutes in Florenz», XIV, 1970, 4, pp.369-392;

G. DE JULIIS, Giovan Battista Foggini e lo “scrittoio” di Piero il Gottoso: ipotesi per un progetto di recupero in Giovan Battista Foggini : architetto e scultore granducale : Florence, Palazzo Medici Riccardi, 2025] / a cura di Riccardo Spinelli;

POPE-HENNESSY J., Luca della Robbia, Oxford, Phaidon, 1980;

VASARI G., Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue,
insino a’ tempi nostri, Firenze, L. Torrentino, 1550

WILLICH H. – ZUCKER P.,Die Baukunst der Renaissance in Italien bis zum Tode
Michelangelos, Berlino, Akademische Ferlagsgesellschaft Athenaion M.B.H, 1914;

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